Giovedì scorso al Cafè
Bianchi di Milano è stata presentata la Adamello Ultra Trail 2015.
La
gara, che, come recita il suo sottotitolo, si svolge sui "camminamenti
della grande guerra" a distanza di 100 anni dal suo inizio, evoca una
serie di emozioni.
La prima è quella di un
evento proprio a casa nostra, sui nostri amati monti, dove tante
escursioni e giornate sono trascorse liete per tanti di noi.
La
seconda è appunto quella di ricalcare, in ben altri tempi e con altro
spirito, gli stessi sentieri che i nostri nonni o bisnonni hanno dovuto -
loro malgrado - calpestare e su cui soffrire e morire, ancora in
giovane età.
La terza è la formula, rivista e
allargata, affinchè tanti runners e appassionati possano, con modalità
diverse, essere in questo territorio stupendo l'ultimo weekend di
settembre 2015.
Quest'anno la Adamello UltraTrail vede la collaborazione anche di Rosa Associati e le proposte scaturite sono le seguenti:
- una 30 km da Ponte di Legno a Vezza d'Oglio, su asfalto, idonea per la preparazione in quota alle maratone autunnali, in programma il 27 Settembre;

- e infine la 180km da Vezza a Vezza con 11.000 metri positivi, in programma dal 25 al 27 Settembre.
Le due
prove più lunghe, che si svilupperanno nella parte meridionale nel parco
dell'Adamello e nella parte settentrionale nel parco dello Stelvio, non presentano.difficoltà particolari nè ferrate o tratti esposti.
Qui il sito della manifestazione con tutte le info complete.
Ma torniamo alla presentazione di Milano, alla quale era presente il nostro Matteo Berto.
Matteo ha avuto il piacere e l'onore di scambiare due battute veloci con due personaggi ben noti nel mondo della corsa: il Dott. Gabriele Rosa e Roberto Ghidoni (chiamato in Alaska "Lupo che corre").
Su indicazione di Matteo vi riporto due spezzoni dal commento di Debora Bionda (www.vadodicorsa.wordpress.com) che ben rappresentano lo stato d'animo di chi ama correre e delle emozioni che si provano
quando si può farlo in questi posti.
Non capita tutti i giorni di avere
a pochi metri di distanza Roberto Ghidoni, e quando capita non te l’aspetti, non sei preparata,
te lo trovi lì e non ti viene nessuna domanda intelligente da fare. Ti limiti a
dare qualche occhiata discreta e fugace a quell’uomo che non conosce fatica, e
ti chiedi come quel corpo possa reggere chilometri e chilometri di corsa in
condizioni ambientali e climatiche estreme. Può correre per giorni, lo ha fatto
in Alaska all’Iditaroad Trail Invitational, stiamo parlando
di una gara da 565 km nella
versione breve e di circa 1.800km in quella completa. Ghidoni, con la sola forza delle
sue gambe, è arrivato prima dei partecipanti che hanno deciso di percorrere
l’Idita in bicicletta o con gli sci, il regolamento infatti lascia aperta la
scelta su come gareggiare.
E ancora...
La storia
segna in modo indelebile. E' giusto correre dove si è combattuto la guera bianca? penso. Per un attimo mi rispondo che no, che in
luoghi di morte non si dovrebbe correre, ma poi ci ripenso e capisco che la
corsa è uno dei migliori modi possibili per celebrare la vita e allora è
proprio lì che serve correre. Quanto ci si sente vivi mentre si corre! La
storia non può essere cambiata, ma sui quei camminamenti oggi si può portare
voglia di vivere, energia, entusiasmo, lo si può fare anche grazie alla corsa,
e allora che ben vengano queste manifestazioni. Mi immagino la carica emotiva
che si può avvertire correndo in di quei luoghi ricchi di storia e in quella natura
intatta. Deve essere da sindrome di Stendhal: la sensazione di essere
sopraffatti dalla bellezza di quel che si ha intorno.
Ho letto sul
sito di Roberto Ghidoni (www.robertoghidoni.it) questa frase:
“Accade di avere dentro
un’irrequietudine, un rovello che non dà pace. Camminare sino a stancare, a
stroncare il proprio corpo è l’unico modo per venirne a capo. Per questo si
cammina: non tanto per raggiungere una certa meta quanto per sedare l’irrequietudine
e predisporre il proprio corpo al riposo. Ma non sempre il corpo si lascia
stancare facilmente. A qualcuno basterà un’ora di passeggiata per le vie della
città; ad altri, come Roberto Ghidoni, possono essere necessari 1800 chilometri a
piedi tra i ghiacci, in uno dei climi più inclementi del globo. E’ così che
Ghidoni è entrato nella leggenda.”
Non so bene
perché, non corro per inquietudine, ma trovo ci sia un fil rouge fra questa frase, correre nei camminamenti scenario
della Prima Guerra Mondiale e l’idea di corsa per la vita, per sfuggire da
qualcosa e per raggiungere qualcos’altro.
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