giovedì 5 marzo 2026

IKIGAI


Ci sono maratone che si corrono con le gambe. E poi ci sono maratone che si corrono con il cuore, con i sogni e con anni di chilometri alle spalle.

Alla Tokyo Marathon l’alba ha portato con sé molto più di una gara. Ha portato il momento in cui migliaia di runner da tutto il mondo si ritrovano sulla stessa linea di partenza, uniti da una passione che parla tutte le lingue. Non a caso il motto di questa edizione era “The day we unite”: il giorno in cui tutti diventiamo parte della stessa corsa.

In mezzo a quella marea di passi, di bandiere e di emozioni, c’era anche il nostro leone Gaetano Centra, pronto a scrivere il suo capitolo tra le strade della capitale giapponese.

E il suo racconto non poteva che iniziare con una parola giapponese capace di racchiudere tutto questo: Ikigai. Una parola che sta sospesa tra soddisfazione e malinconia, tra il traguardo raggiunto e la consapevolezza che ogni grande viaggio, quando finisce, lascia sempre dentro qualcosa che continua a correre.



IKIGAI: tra soddisfazione e malinconia.

Alla fine di questo lungo viaggio intorno al mondo sono questi i sentimenti che mi pervadono.

Eppure, se mi fermo un attimo, posso ancora sentire l'aria frizzante nei polmoni di quel mattino novembrino newyorkese del 2019, dove ho cominciato il mio viaggio intorno al mondo delle major, la pelle d'oca del passaggio sotto la porta di Brandeburgo, il profumo dei barbecue del patrot day nelle hills del new England alle porte di Boston, il vento dal lago Michigan che mi si infila tra i grattacieli di Chicago e l'urlo della folla al passaggio a Buckingham Palace (secondo solo al boato della First Avenue al termine del Queensboro Bridge). Fino a oggi, fino a qui, alla fine del mondo, a infiniti di km da casa, all'emozione di questa ultima fatica nipponica nell'affascinante Tokyo, megalopoli dicotomica, in bilico tra la sua scintillante e sorprendente modernità e la pace dei suoi tradizionali templi sospesi nel tempo.

In questa gara, forse per la prima volta, mi sono imposto di non contare il tempo, la prestazione, ma di far contare il "mio tempo", le mie emozioni, di guardare intorno a me e non il mio orologio al polso, di non aver paura di sprecare troppe energie "battendo i cinque" a tutti i bambini incontrati lungo il percorso. D'altronde è stata una gara in difesa, strappata davvero con le unghie e con i denti (visto l'unghia saltata alla maratona di Barletta 3 settimane fa e relativo dolore lancinante con ferita aperta...e poi ci si è messo pure un ascesso). Ma anche in queste condizioni ne è comunque uscita una gara dignitosa, credo.

In fondo il mio viaggio di corsa è iniziato 15 anni fa, quando partecipai per gioco e per scommessa a una garetta a Brescia. E in effetti se guardo i dati del mio garmin il giro del mondo di corsa l'ho fatto per davvero con le più di 25 maratone, con i miei 38.000 km di corsa, quasi la circonferenza terrestre.

Quindici anni di strade, sentieri, dislivelli, panorami fantastici, sveglie anticipate, sere stellate, albe, oscurità, freddo, afa, di me che ascolto il mio respiro.

15 anni di incontri, tante gara, viaggi e ancor più di introspezione.

È venuto probabilmente il tempo di un bilancio.

Perché malinconia? Perché ora "sono un po' stanco, penso che tornerò a casa adesso" (cit. Forest Gump). La corsa è stato il mio quotidiano per tanti anni (in Giappone hanno un termine bellissimo per definire una forte motivazione per la quale ti svegli e lotti ogni mattina: è ikigai) ma forse il running è diventato anche un pensiero troppo ingombrante in me. Non so se troverò ancora l'ikigai dopo aver segnato il mio nome tra i finisher delle major marathon. Ho necessità di un periodo sabbatico. Non so quanto durerà, di certo magari correrò qualche volta, ma per ora senza più il mio garmin, senza tabelle, senza impegni, senza obiettivi, solo per me stesso. Non credo che sarà un addio, ma certo un cambio di paradigma.

Ringraziamenti:

a mia moglie e alla mia famiglia cui forse ho rubato molto tempo ma che mi hanno sempre supportato con la loro presenza (anche qui).

A tutti i compagni di corse con particolare riferimento a voi del Brescia marathon con alcuni dei quali ho condiviso molti km, fatica, emozioni e tanto altro.

Sì, bella la medaglia di Tokyo, meraviglioso questo mega medaglione delle major marathon, ma la mia medaglia più importante è quella che ho trovato sul percorso! Perché la corsa mi ha cambiato profondamente e in meglio, è una insegnante prodiga ma tanto esigente.

In fondo nella vita, come nella corsa, non contano i passi che fai, ma le impronte che lasci.



Le parole di Gaetano Centra scorrono come chilometri lenti e profondi, di quelli che restano dentro. Un viaggio lungo quindici anni, passato tra le strade delle grandi città del mondo e i pensieri che solo la corsa sa tirare fuori.

E così, dopo l’ultima curva della Tokyo Marathon, il cronometro diventa quasi un dettaglio. Rimane invece qualcosa di molto più grande: la consapevolezza di aver chiuso un cerchio, di aver attraversato il mondo passo dopo passo, inseguendo un sogno che alla fine si è trasformato in realtà.

Ma le maratone, si sa, non finiscono davvero sotto lo striscione del traguardo.
Continuano nei racconti, negli sguardi complici tra compagni di squadra, nei momenti che restano impressi nelle fotografie.

E allora eccoli lì, Gaetano e Marco, seduti a un tavolo in un piccolo locale giapponese, con gli occhi ancora pieni di quella giornata infinita. Sul tavolo magari una birra, qualche piatto della tradizione nipponica, e tra loro quelle medaglie pesanti come storie vissute. Non serve dire molto: basta uno sguardo per capire cosa significa aver condiviso un’avventura così.

Le foto raccontano proprio questo:
due amici, due leoni della Brescia Marathon, arrivati dall’altra parte del mondo per inseguire un sogno… e tornati a casa con qualcosa di molto più prezioso di una medaglia.

Perché certe imprese non si misurano in chilometri.
Si misurano in emozioni condivise, in viaggi vissuti insieme e in ricordi che non smetteranno mai di correre.

E forse è proprio qui il vero significato di tutto.
Non solo arrivare lontano, ma farlo insieme.










Nessun commento: